La cosa bella del cinema è che può raccontare tutto, e per farlo può scegliere tecniche, generi, stili che enfatizzino questo o quel punto di vista. Rapina a Stoccolma è la storia verosimile di un fatto realmente accaduto nel 1973 a seguito del quale si cominciò a parlare di quel “particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta a volte in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica”: la sindrome di Stoccolma, appunto.

Rapina a Stoccolma, diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke nel ruolo del rapitore sui generis, e Noomi Rapace, l’impiegata sveglia e pragmatica che ne rimarrà affascinata al punto da rivoltarsi alle autorità e sentirsi profondamente coinvolta, racconta di una bizzarra e impacciata rapina.

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Si tratta di una storia dal sapore tragicomico. Rapina a Stoccolma certamente vi piacerà per la capacità del regista di tenere insieme alcuni elementi tipici della commedia con quelli del dramma. Si ride e ci si sente coinvolti, e se siete appassionati di musica vi ritroverete anche a canticchiare qualche brano della bellissima colonna sonora.

Ma la cosa a mio avviso più interessante di questo film consiste nel fatto che vedendolo io ho avuto la sensazione che tutti i personaggi venissero in un certo senso “iper” ruolizzati. Lo so che non è italiano ma sto cercando di dire che, in qualche modo, i ruoli in Rapina a Stoccolma, sono stati enfatizzati -oltre che raccontati- così bene da diventare paradigmatici.

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Come nella miglior tradizione dei film western il rapinatore è un bandito, un cow boy fuori legge. E cerca di comportarsi come ci si aspetterebbe da un bandito. L’impiegata che viene sequestrata è la perfetta madre borghese che quando ha la possibilità di parlare al marito, gli dice come cucinare la cena per i figli, il capo della polizia è il perfetto capo della polizia: integerrimo, razionale, votato alla causa.

E allora, proprio a proposito di ruoli, mettiti alla prova con il seguente

 

Esercizio di cinecoaching:

Tu chi sei?

Come ti racconteresti a qualcuno incontrato su un treno? Che cosa diresti di te, se qualcuno ti mettesse un microfono davanti alla bocca e accendesse una telecamera?

Che storia racconti di te?

Sei soprattutto madre? Il lavoro ti sta fagocitando? Sei figlio? Moglie? Amico? Idraulico o teoretico e raffinato pensatore? O, ancora, idraulico E raffinato filosofo? Quali sono gli aggettivi che ci tieni tanto siano presenti in una tua descrizione di te a qualcun altro?

Quel che sto cercando di dimostrare qui, è che spesso corriamo il rischio di raggiungere una così profonda identificazione con un ruolo da rischiare di non riuscire più ad immaginarci altro. Rimanendo così, di quel ruolo, prigionieri.

La definizione che diamo di noi stessi, il modo in cui ci raccontiamo a noi e agli altri, la storia che ci raccontiamo intreccia la storia che altri ci proiettano addosso, diventando una sentenza, una profezia che -nel tempo- si autoavvera.

Sovverti la trama

Allora ti propongo un gioco: sovverti la trama. Chiediti qual è il ruolo che principalmente svolgi in questo momento della tua vita e prova ad immaginarti protagonista assoluto di un film completamente differente.

Che parte vorresti? E in che modo cambierebbe la tua storia?

PS: Facendo questo esercizio lasci emergere una storia alternativa a quella tua presente. Magicamente affiorano anche delle cose che avresti voluto, desideri inespressi. La buona notizia è che puoi anche provare a realizzarli. Non c’è nulla di ineluttabile. Men che meno una biografia ancora da scrivere.

 

Risorse e Crediti

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  • QUI il link diretto.
  • Il film è distribuito in Italia da M2 Pictures cui va il credito per le immagini.