Venerdì scorso è stato il mio ultimo giorno di lavoro full time in azienda. Questo post lo sto scrivendo nella pace del mio nuovo “studio”: una piccola ma bellissima scrivania bianca che ho scelto tra mille, appoggiata ad una parete di un tenue verdolino. Alla mia destra c’è una profumatissima candela accesa, poco più in là un piccolo altare con una statua di Buddha e dei fiori freschi.

 

Qualcosa di molto diverso dal grande, solitario e grigio ufficio nel quale lavoravo fino ad una settimana fa.

 

Sono nata negli anni ‘70, cresciuta a Bergamo negli ’80  : l’etica del lavoro non è un’opzione. Il posto fisso è considerato valore primario. Solo che gli ultimi anni in azienda sono stati complicati, ci sono state acquisizioni e riorganizzazioni, ho visto molti miei amati colleghi raccogliere le loro cose dalla scrivania e andare a casa, così… da un giorno all’altro.  Nel frattempo io studiavo, per il master in coaching, facevo tirocinio, iniziavo a praticare e mantenevo il posto fisso. Anche se quel lavoro non mi realizzava, anche se ero infelice, lì.

 

Eppure, scegliere di lasciarlo è stata la decisione più difficile che io abbia mai preso. Prima, e a lungo, semplicemente l’opzione non era considerata (nel senso che proprio nemmeno mi era venuta in mente), poi mi ci sono voluti mesi di pensieri, dubbi e ripensamenti.

 

Perché lasciare il posto fisso è da pazzi ingrati, di questi tempi. Soprattutto quando molte persone alle quali vuoi molto, molto, molto bene, avendoci condiviso pranzi, cene, viaggi e quotidianità, persone che fino a pochi mesi prima lavoravano al tuo fianco, persone professionalmente valide quanto te e in alcuni casi con molta più esperienza, un lavoro non ce l’hanno più e stanno facendo fatica.

 

Lo scorso anno l’azienda per cui lavoravo ha spostato la mia sede di lavoro. Da una cittadina di provincia, servitissima e in posizione tutto sommato comoda, a zona industriale vista autostrada. Ricordo che il primo mese (era Novembre) sono arrivata in ufficio al mattino e me ne sono andata la sera immersa nel buio e nella nebbia. Any given (fucking) day.

 

Non sono meteoropatica, credo che una cosa così metterebbe a dura prova chiunque! E infatti uscivo di lì chiedendomi quanto sarei riuscita a sopportarlo. (E no, le aziende non investono mai abbastanza sul benessere dei loro dipendenti in azienda, eppure ne guadagnerebbero tantissimo…)

 

La risposta è arrivata: meno di un anno. Mi ero data degli obiettivi, non lo nascondo, di natura soprattutto economica. Li avevo condivisi col mio capo, e lui si era sbilanciato. Solo che poi non era mai il mese adatto. E sapete come vanno queste cose… A Giugno, semplicemente, mi sono detta che se le cose non si fossero concretizzate entro Settembre, avrei preso una decisione.

 

E l’ho fatto. E sono qui a dirti che è possibile, che si può.

 

Anche se la tua storia, la tua educazione e le tue paure ti dicono di no. Ascolta il cuore.

 

Non sono qui a dirti che è tutto facile, che basta decidere. Nessuno può garantirti che non ci saranno intoppi. Però devi sapere che stare a pensare che chi ce la fa è più fortunato, o ha meno problemi, non ti porterà da nessuna parte.

 

Scopri cosa ti rende felice davvero, cosa ti emoziona. Cosa, davvero ti fa sentire realizzata.

 

E poi pianifica una strategia e lavora con entusiasmo per ottenerlo.